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Slow Food Day 2026: quarant'anni di rivoluzione nel piatto e 10 tappe per celebrarla

In tutta la penisola prende il via lo Slow Food Day, che quest'anno coincide con un traguardo storico: i 40 anni della nascita dell'associazione. Da Nord a Sud, siamo andati alla scoperta di 10 Presìdi Slow Food straordinari: dall’oro viola della Patata di Verrayes in Valle d'Aosta, fino al ricamo di nocciole della Pasta Reale di Tortorici in Sicilia.

Il 13 giugno 2026 le piazze italiane tornano ad animarsi per lo Slow Food Day, l'appuntamento diffuso che celebra la filosofia del cibo buono, pulito e giusto. Quella di quest'anno, però, non sarà un'edizione come le altre: la Chiocciola festeggia infatti i suoi quarant'anni di storia. Per unirci alle celebrazioni di questo straordinario anniversario, ripercorriamo le tappe di una rivoluzione culturale che ha cambiato il nostro modo di stare a tavola, prima di rimetterci in viaggio da Nord a Sud. Destinazione? Dieci tra i più affascinanti Presìdi Slow Food d'Italia, veri e propri simboli di resistenza gastronomica e biodiversità.

Chi è Slow Food: la rivoluzione della Chiocciola nata per provocazione

Nata a Bra, nel cuore delle Langhe piemontesi, dall'intuizione del sociologo e attivista Carlo Petrini, Slow Food muove i suoi primi passi nel 1986. La scintilla scocca come una provocazione culturale: una protesta pacifica a colpi di penne al pomodoro contro l'apertura di un grande fast food a Piazza di Spagna, a Roma. L'obiettivo era chiaro fin da subito: contrastare l'omologazione del gusto, la frenesia della vita moderna e la distruzione delle culture gastronomiche locali. Il simbolo scelto non poteva che essere una chiocciola, emblema della lentezza, che viaggia piano ma avanza con determinazione portando con sé la propria casa.

Oggi Slow Food è un movimento culturale internazionale no-profit che conta attivisti in oltre 160 Paesi del mondo. Ma cosa fa concretamente? La sua missione globale è ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi lo produce e in perfetta armonia con l'ambiente. 

Il pensiero del movimento si riassume in un manifesto tanto semplice quanto potente: il cibo deve essere Buono (per il palato), Pulito (per l'ambiente) e Giusto (per la dignità e la corretta remunerazione di chi lo produce).

Da Nord a Sud: 10 Presidi Slow Food da scoprire

1. Valle d'Aosta: Patata Verrayes

Per capire la storia della Patata Verrayes bisogna salire lo sguardo verso i terrazzamenti della media Valle d'Aosta, strappati alla roccia e accarezzati da un clima asciutto e ventilato. È qui, in piccoli appezzamenti di montagna che superano spesso i mille metri di altitudine, che si compie un vero e proprio miracolo di archeologia agricola. Questa patata non assomiglia a nessun'altra: ha una buccia bitorzoluta di un viola intenso e una pasta candida, screziata da sfumature e occhiature dello stesso colore della buccia. Un contrasto cromatico spettacolare che nasconde una consistenza soda, perfetta per le lunghe cotture invernali delle zuppe alpine.

Patata di Verrayes © Archivio Slow Food... leggi il resto dell'articolo»

Patata di Verrayes © Archivio Slow Food

Tenere in vita questa varietà è una sfida quotidiana contro il tempo e la pendenza. Abbandonata progressivamente nel secondo Dopoguerra a favore di varietà commerciali più regolari e facili da coltivare in pianura, la Patata di Verrayes è sopravvissuta solo grazie all'ostinazione di pochissimi agricoltori custodi, che hanno continuato a tramandarsi i semi di generazione in generazione. Coltivarla oggi significa rinunciare quasi totalmente alla meccanizzazione: la semina, la rincalzatura e la raccolta avvengono rigorosamente a mano, su pendenze che mettono a dura prova la schiena e le gambe. Il Presidio Slow Food non tutela solo un tubero dal sapore eccezionale, ma protegge un presidio umano fondamentale: senza questi contadini eroici, i muretti a secco crollerebbero, la montagna verrebbe abbandonata al degrado e perderemmo per sempre un tassello unico della biodiversità d'alta quota.

2. Piemonte: Moscato passito della Valle Bagnario di Strevi

In un Piemonte celebre per i suoi grandi rossi austeri, l'anfiteatro naturale della Valle Bagnario di Strevi, nell'Acquese, custodisce un segreto dorato e dolcissimo. È qui, su colline dai terreni marnosi e calcarei baciate da un microclima unico, ventilato e caldo, che nasce un vino che è pura poesia del tempo: il Moscato passito. La sua particolarità risiede in un equilibrio perfetto, quasi magico, tra una dolcezza mai stucchevole, un'acidità vibrante e un ventaglio aromatico che profuma di miele, frutta candita e salvia. Un nettare che storicamente i vignaioli offrivano solo nelle grandi occasioni o per suggellare accordi importanti.

Moscato passito della Valle Bagnario di Strevi © Giorgio Bava

Moscato passito della Valle Bagnario di Strevi © Giorgio Bava

Ma la vera complessità di questo vino sta nel prezzo che l'uomo deve pagare alla natura per produrlo. Le uve di moscato bianco vengono selezionate grappolo per grappolo nei vigneti più vecchi, arrampicati su pendenze scoscese che escludono l'uso dei trattori. La vera sfida, tuttavia, inizia dopo la vendemmia: i grappoli non vengono pigiati, ma adagiati con cura infinita su graticci di legno all'aria aperta o in fruttai ventilati per mesi. Durante l'appassimento, i chicchi perdono acqua e concentrano gli zuccheri e i profumi, ma diventano anche vulnerabili alle muffe cattive. Il vignaiolo deve sorvegliarli ogni giorno, girandoli a mano uno a uno, prima di procedere a una spremitura lentissima e a una stagionatura che dura anni. Il Presidio Slow Food è nato per evitare che questa antica e faticosa arte dell'appassimento venisse travolta dalle logiche della produzione di massa, salvando un vino da meditazione che è, a tutti gli effetti, un monumento liquido alla pazienza contadina.

3. Lombardia: Storico Ribelle

Ci sono formaggi che si limitano a nutrire e formaggi che raccontano una rivoluzione. Lo Storico Ribelle appartiene decisamente alla seconda categoria. Prodotto esclusivamente durante i mesi estivi sugli alpeggi delle Alpi Orobie, nella provincia di Sondrio, questo formaggio è il re indiscusso delle vette lombarde. La sua particolarità è straordinaria: è uno dei pochissimi formaggi al mondo capaci di sfidare il tempo, potendo invecchiare per oltre dieci anni in cantina. Con il passare delle stagioni, la sua pasta muta, si compatta e il sapore evolve da note dolci di erbe alpine a picchi di straordinaria e complessa intensità aromatica.

Storico Ribelle © Mimesilab

Storico Ribelle © Mimesilab

Ma dietro a questo sapore ancestrale c'è una storia di pura e orgogliosa resistenza contadina. Il nome "Ribelle" non è un caso: i produttori hanno scelto di separarsi dai disciplinari industriali per rimanere fedeli a un metodo millenario, duro e senza compromessi. La complessità di tenere in vita questo Presidio è totale. In estate, i pastori salgono fino a duemila metri di quota seguendo il "caricamento dell'alpeggio". Le mucche (insieme alle capre di razza Orobica) si nutrono solo di erba fresca di prato; sono vietati tassativamente i mangimi industriali e l'uso di fermenti selezionati in laboratorio. La mungitura avviene rigorosamente a mano, all'aperto, spesso sotto la pioggia o nel vento freddo della montagna. Subito dopo, il latte ancora caldo viene lavorato nei calecc, storiche baite in pietra senza tetto che fungono da caseifici itineranti. Proteggere lo Storico Ribelle significa difendere la libertà del lavoro pastorale e un legame viscerale con la montagna più autentica.

4. Veneto: Riso di Grumolo delle Abadesse

Per rintracciare le origini di questo Presidio Slow Food bisogna fare un salto indietro nel tempo fino al Cinquecento, nel cuore della pianura vicentina. Furono infatti le monache dell'abbazia di San Pietro di Vicenza, le "Abbadesse", a bonificare questi terreni e a introdurvi la coltivazione del riso. La particolarità del Riso di Grumolo, e in particolare della storica varietà Vialone Nano, risiede tutta nella combinazione tra la purezza delle acque di risorgiva che allagano i campi e la ricchezza di un terreno argilloso e fertile. Il risultato è un chicco piccolo ma straordinariamente compatto, capace di gonfiarsi in cottura assorbendo i condimenti come nessun altro, pur mantenendo un cuore sodo e calloso: il re indiscusso dei risotti mantecati alla veneta.

Riso di Grumolo delle Abbadesse @ Archivio Slow Food

Riso di Grumolo delle Abbadesse © Archivio Slow Food

Mantenere in vita questa tradizione oggi è una sfida complessa che richiede ai pochissimi produttori rimasti un'attenzione quasi monastica. La coltivazione del riso in questa zona deve fare i conti con l'urbanizzazione della pianura e, soprattutto, con la scarsità idrica legata ai cambiamenti climatici, che minaccia i canali storici scavati secoli fa. Inoltre, per salvaguardare l'eccellenza del prodotto, i risicoltori del Presidio applicano ancora la rotazione delle colture (lasciando riposare i campi con il trifoglio per non impoverire la terra) e rinunciano ai trattamenti chimici aggressivi usati nelle grandi produzioni industriali. Scegliere questo riso significa proteggere non solo un ingrediente gastronomico d'eccellenza, ma un paesaggio rurale fatto di canali, chiuse e fossi che racconta cinquecento anni di storia d'Italia.

 

5. Liguria: Aglio di Vessalico

Arrampicata tra i muretti a secco della Valle Arroscia, nell'entroterra imperiese, la coltivazione dell'Aglio di Vessalico è un inno alla resilienza. In questa striscia di Liguria verticale, dove lo spazio si conquista a fatica strappandolo alla roccia, l'aglio ha trovato un microclima perfetto. La sua particolarità è racchiusa in un aroma intenso ma straordinariamente delicato, privo di quella pungenza aggressiva che spesso spaventa i palati: è un aglio dolce, elegantissimo e dall'altissima digeribilità, ingrediente segreto per un pesto perfetto o per l'antica ajà (la salsa ligure a base di noci e aglio).

Aglio di Vessalico- ph.Francesco Perito

Aglio di Vessalico © Francesco Perito

La complessità di mantenere in vita questo Presidio risiede in un lavoro interamente manuale, dove l'agricoltura si fonde con l'artigianato puro. Date le pendenze scoscese dei piccoli terrazzamenti (le storiche fasce), nessuna macchina può aiutare i contadini. Ma la vera sfida avviene dopo la raccolta. Le teste d'aglio non vengono tagliate; i produttori le lasciano asciugare all'ombra e poi, la sera, ne intrecciano i lunghi steli ancora verdi e flessibili, cucendoli insieme a due a due fino a formare le tradizionali reste (lunghe trecce che possono contare fino a 25 bulbi). Questo antichissimo rito permette alle teste di continuare a respirare e ad asciugarsi all'aria, garantendo una conservazione naturale che dura mesi. Custodire l'Aglio di Vessalico significa salvare questo sapere millenario e impedire che i terrazzamenti della valle vengano inghiottiti dal bosco e dall'abbandono.

6. Toscana: Biscotto salato di Roccalbegna

Nel cuore della Maremma interna, all'ombra della maestosa rupe che sovrasta il borgo medievale di Roccalbegna, si tramanda la ricetta di un prodotto unico che sfida la definizione stessa di "biscotto". Il Biscotto salato di Roccalbegna non ha nulla a che vedere con i dolci da colazione: è un grande tarallo salato, friabile e lucido, la cui forma a treccia ricorda visivamente i nodi d'amore o le antiche fortificazioni del paese. La sua particolarità aromatica è inconfondibile, dominata dai semi di anice selvatico, che si sposano con l'eccellente olio extravergine d'oliva locale, la farina di grano tenero, l'acqua e il sale. È uno spuntino antico, che i pastori maremmani portavano con sé durante la transumanza perché capace di conservarsi fragrante per settimane.

Biscotto salato di Roccalbegna @ Roberto Giomi

Biscotto salato di Roccalbegna © Roberto Giomi

La complessità di tenere in vita questo Presidio Slow Food sta nella radicalità e nella fatica della sua lavorazione artigianale, che richiede un doppio passaggio sul fuoco. L'impasto viene diviso a mano in cilindri, modellato nella tipica forma intrecciata e poi bollito in grandi calderoni d'acqua per pochi secondi. Solo dopo questa scottatura, i biscotti vengono adagiati su assi di legno e infornati. Il rispetto dei tempi è millimetrico: se si aspetta troppo tra la bollitura e la cottura al forno, il biscotto perde la sua proverbiale friabilità. Oggi, con lo spopolamento dei piccoli borghi montani dell'Amiata, la sopravvivenza di questa chicca gastronomica è legata all'ostinazione di pochissimi forni locali. Difendere il Biscotto di Roccalbegna significa impedire che un pezzo di storia della panificazione toscana venga dimenticato, preservando l'anima di una comunità che si specchia nei suoi sapori più autentici.

 

7. Abruzzo: Lenticchia di Santo Stefano di Sessanio

Arrampicandosi oltre i mille metri di altitudine, dove i boschi lasciano spazio ai pascoli d'alta quota del Parco Nazionale del Gran Sasso, si scopre un miracolo della tenacia contadina. È qui, nei terreni incontaminati che circondano il meraviglioso borgo mediceo di Santo Stefano di Sessanio, che cresce una lenticchia unica al mondo. La sua particolarità salta subito all'occhio: è un legume minuscolo, di pochissimi millimetri di diametro, dalla forma globosa e dal colore scuro, marrone-violaceo. Alcune coltivazioni eroiche si spingono fino a 1600 metri, ma è intorno ai 1200 metri che questo seme antico esprime il meglio di sé, concentrando aromi e proprietà nutritive straordinarie grazie ai terreni calcarei e ai rigidi inverni montani.

Lenticchia di Santo Stefano di Sessanio @ Archivio Slow Food

Lenticchia di Santo Stefano di Sessanio © Archivio Slow Food

La complessità di mantenere in vita questo Presidio Slow Food risiede nella totale assenza di scorciatoie industriali. Su queste pendenze la meccanizzazione è quasi impossibile: la semina, la cura e soprattutto la trebbiatura richiedono braccia, pazienza e un profondo rispetto per i cicli della montagna. Una fatica ripagata da caratteristiche culinarie uniche. Grazie alle sue piccolissime dimensioni e all'estrema permeabilità della buccia, questa lenticchia non ha bisogno di alcun ammollo preliminare. Il modo migliore per apprezzarne la naturale sapidità è una zuppa essenziale, specchio della cucina pastorale abruzzese: basta coprirle d'acqua in una pentola chiusa e lasciarle sobbollire lentamente insieme a spicchi d'aglio scamiciati, qualche foglia di alloro, sale e un filo d'olio extravergine d'oliva. Salvaguardare questo Presidio significa molto più che proteggere un ingrediente eccellente; significa tenere in vita l'economia e l'anima stessa di un territorio montano che ha rischiato lo spopolamento e l'abbandono.

8. Campania: Oliva Salella Ammaccata del Cilento

Nel cuore del Cilento, terra dove la dieta mediterranea è nata come filosofia di vita, l'olivo è un elemento sacro del paesaggio. Ma c'è un prodotto in particolare che incarna l'anima più profonda e artigianale di questo territorio: l'Oliva Salella Ammaccata. La sua particolarità comincia dalla pianta, la varietà autoctona Salella, e prosegue con un processo di lavorazione unico al mondo. Le olive vengono raccolte a mano a inizio autunno, leggermente in anticipo rispetto alla completa maturazione, quando la polpa è ancora soda, croccante e ricca di sentori erbacei. Da quel momento inizia una metamorfosi interamente guidata dalla manualità e dalla pazienza, che trasforma un frutto amaro in un'eccellenza straordinariamente sapida, condita poi con olio extravergine, aglio, origano o mentuccia selvatica.

Oliva salella ammaccata del Cilento @ Giuseppe-Cucco

Oliva Salella Ammaccata del Cilento © Giuseppe Cucco

La complessità di tenere in vita questo Presidio Slow Food è racchiusa in un lavoro artigianale immenso e faticoso, che sembra sospeso nel tempo. "Ammaccata" non è solo un nome, ma un gesto preciso: ogni singola oliva viene adagiata su un supporto e colpita, una alla volta, con una pietra marina piatta raccolta lungo le coste cilentane. Questo colpo calibrato deve spaccare la polpa senza frantumare il nocciolo, che viene poi estratto pazientemente a mano. Successivamente, le olive affrontano un balletto di immersioni in acqua dolce per diversi giorni per eliminare l'amaro, seguito da una salamoia e da una pressatura finale. Una fatica colossale che rischiava di scomparire, sopraffatta dalle scorciatoie delle salamoie industriali chimiche. Proteggere questo Presidio significa salvaguardare un rito domestico millenario, valorizzando il lavoro delle comunità cilentane che continuano a curare gli uliveti secolari contro l'abbandono delle campagne.

9. Puglia: Pomodoro Regina di Torre Canne

Lungo il litorale adriatico della Puglia centrale, tra Fasano e Ostuni, i campi di pomodoro Regina respirano il mare. La particolarità di questa varietà antica risiede innanzitutto nel terreno in cui affonda le radici: suoli sabbiosi e irrigati con acque salmastre, che donano al piccolo frutto tondeggiante una buccia spessa, una polpa consistente e un sapore sapido e zuccherino inconfondibile. Ma la vera magia del Pomodoro Regina si compie dopo la raccolta, che avviene a luglio. Grazie alla resistenza della sua buccia, questo pomodoro non è destinato alle conserve in barattolo, ma a una conservazione "al fresco" che ha dell'incredibile: i contadini intrecciano i peduncoli dei frutti usando sottili fili di cotone, creando delle maestose ghirlande o pigne sospese chiamate scocche. Appesi ai soffitti alti e ventilati delle masserie in pietra, i pomodori si mantengono intatti, freschi e succosi per mesi, pronti a condire le frise estive fino alla Pasqua dell'anno successivo.

Pomodoro Regina Torre Canna @ Francesco Sottile

Pomodoro Regina Torre Canne © Francesco Sottile

La complessità di tenere in vita questo Presidio Slow Food tocca sia la sfera agricola sia quella artigianale. La coltivazione richiede un uso sapiente delle risorse idriche e il mantenimento dei semi storici, costantemente minacciati dalle varietà ibride industriali, più redditizie ma prive di questa straordinaria capacità di conservazione. Inoltre, l'arte di legare le scocche è un sapere che rischia di perdersi: richiede mani abilissime che sappiano calibrare la tensione del filo senza danneggiare i rami. Storicamente, il cotone usato per l'intreccio veniva coltivato negli stessi campi del pomodoro, in un perfetto esempio di economia circolare d'altri tempi. Proteggere il Pomodoro Regina significa difendere un paesaggio rurale unico, fatto di dune costiere, muretti a secco e masserie bianche, salvando dall'estinzione un sapore che sa di sole anche in pieno inverno.

10. Sicilia: Pasta Reale di Tortorici

Nel cuore verde dei Monti Nebrodi, protetto da fitti boschi di noccioli, sorge il borgo di Tortorici. È qui che nasce la Pasta Reale, un dolce che è un autentico miracolo di alta pasticceria d'altri tempi. La sua particolarità è visiva e strutturale: non ha nulla a che vedere con la classica pasta reale a base di mandorle (la martorana). Questa variante si fa esclusivamente con le nocciole locali della varietà Curcia, zucchero e pochissimo albume d'uovo. Durante la cottura in forno avviene la magia: il dolce si espande, si solleva e si vuota all'interno, creando una ghirlanda dorata, friabile e leggerissima, sormontata da una cresta croccante di granella. Un vero e proprio ricamo geometrico che sembra sfidare le leggi della fisica.

Pasta Reale di Tortorici @ Oliver Migliore

Pasta Reale di Tortorici © Oliver Migliore

La complessità di mantenere in vita questo Presidio Slow Food sta tutta nella maestria artigianale e nella salvaguardia della materia prima. La lavorazione richiede una sensibilità che nessuna macchina può replicare: la calibrazione dello zucchero, la tostatura millimetrica delle nocciole e il taglio manuale dell'impasto sono segreti che le donne del paese si tramandano da generazioni. Inoltre, il Presidio combatte per salvare i noccioleti storici dei Nebrodi, spesso situati su terreni impervi e scoscesi, minacciati dall'abbandono e dalla concorrenza delle nocciole industriali d'importazione. Proteggere la Pasta reale di Tortorici significa sostenere un'economia montana fragile e preservare un sapere antico che trasforma tre semplici ingredienti in un'opera d'arte commestibile.



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